sabato 13 luglio 2013

Dilemma Dello Schizofrenico: S


«No signor spaventapasseri, non ho alcun intenzione di rovinarle la sua giornata di lavoro, sa, ho anche io delle innumerevoli cose da fare» e così si concluse la particolare conversazione di Cosmo. Tutto è iniziato dalle 3 del mattino, che non riusciva a dormire a causa di una sporadica quanto viscerale tristezza, pensando al tremendo senso di solitudine che affliggeva il proprio essere interiore; qualcuno che camminava nella strada con enormi stivali, uccideva il silenzio che arieggiava in quella stanza completamente priva di rumori. Cosmo sente precipitare qualcosa dentro di lui, si alza di scatto e si poggia le mani sul viso per sentirsi ancora pienamente se stesso, per poi addormentarsi improvvisamente. Incubi di una straziante angoscia l’hanno accompagnato durante la notte del freddo plenilunio, l’esofago otturato di paura e l’anima colpevolmente frammentata. Il Mattino dopo il sole illuminava una stanza a tratti vuota, anche se non c'era spazio per le innumerevoli cose, il ragazzo apre gli occhi e sospira, con una naturalezza tale da sembrare sveglio con le sole palpebre abbracciate dolcemente. Come sua abitudine, Cosmo trova nel soffitto il giusto antidolorifico, un farmaco a volte pericoloso per le sue profondità, a tratti nostalgico, forse la miglior cura per mali sconosciuti. «Chi sei tu?» era la tenera voce interiore dell'innocente protagonista «Sono il Cosmo.. credo»  risponde con sporadica allusione al suo ego che si sentiva, al contempo, l'imprevedibile complesso del momento. Il bianco infinito mette in mostra le innumerevoli possibilità di pensiero, ma vi erano solo punti interrogativi a volte anche astratti, colpevoli di tale mancanza di senso. La figura lì presente però aveva un ché di interessante, era di un'altezza media e dal sesso femminile, una figura retorica del dubbio esistenziale, peculiarità di Cosmo, la cui paura era la fantomatica solitudine. L'universo cambia la propria linearità diventando teneramente astratto, anche se per tutti, era la pura e semplice normalità, non per Cosmo ovviamente, che si vede costretto ad adattarsi ogni volta a questi improvvisi cambiamenti. «Perché a me?» era la domanda che più affliggeva tale opera di ordinaria follia. Ecco il prato, i corvi e la terra del grano, il signor spaventapasseri era impegnato nel suo lavoro quotidiano, decisamente monotono e privo di senso, Cosmo lo guarda con una certa invidia, di chi, come lui, sentiva il reale bisogno di capire cosa fossero quei torbidi pensieri. Il signor spaventapasseri non rispose e non si mosse a nessuna delle sue occhiate, quasi contemplava il vuoto. No, guardava il mondo con altri occhi. «No signor spaventapasseri, non ho alcun intenzione di rovinarle la sua giornata di lavoro, sa, ho anche io delle innumerevoli cose da fare. Ho intenzione di guardare il mondo, le persone e me stesso, ho intenzione di sentirmi di nuovo vivo. Mi scusi signor spaventapasseri, non volevo disturbarla» con questa frase, si allontana dal campo scomparendo nel buio che si avvinghiava dopo lo splendido tramonto. Cosmo era l'impeccabile e incalcolabile senso di tutto, tenebroso, folle, sporadicamente simpatico, sconosciuto, misterioso e particolarmente inverosimile, un'ombra. Cosmo era tutto, Cosmo era il nulla. L'alba si levò sull'isola del manicomio mentale, nebbiosa e pallida, di un grigio molto simile all'alluminio; nel cielo turbinavano enormi e possenti nuvole oscure. Cosmo si era da poco vestito e aveva fatto colazione lampo mangiando un tenero e morbido pasticcino fatto in casa, quando cominciò a piovere; uno spruzzo di pioggia divenne un terribile temporale, che martellava il tetto e le finestre della sua abitazione. In lontananza, i tuoni rombavano in lunghi quanto potenti boati che scuotevano il posto. «Non sarà facile attraversare questo temporale» pensò tra se' e se' Cosmo, alquanto curioso di mettersi alla prova come nel buio del giorno prima, di cui ricorda solo il favoloso tramonto color rosso fuoco. Avvinghiato al suo lungo e nero mantello, vestito di calda lana soffice e stivali di cuoio, s'incamminò all'esterno, sperando di trovare il nulla, l'effimero e il paradossale di quella che lui definiva "Attimi di vita". Il Saggio sedeva lungo una delle rocce laviche del posto, la sua figura era pressoché inquietante; lungo mantello scuro che lo copriva in tutti i punti del suo essere. Sembrava il tristo mietitore, gli mancava solo la falce e qualche anima persa nei meandri dell'infinito trapasso. «Oh giovane Cosmo, dove ti porta il sentiero questa volta?»
«Non esiste nessun sentiero, non esiste nessuna strada, non esiste nessun Cosmo»
Accigliato, il saggio ribatté «Il tuo nome è dovuto pur a qualcosa, devi scoprire dentro le viscere del tuo cosmo la pura realtà».
Un cenno con la testa e si allontanò, piano.
Continuò imperterrito attraverso la pioggia battente giù per i sentieri fra i boschi che costeggiavano i confini dell'isola, sperduta in un qualche continente sconosciuto ed inesistente facente parte del proprio cervello. Riuscendo a malapena a mettere un piede davanti all'altro in quella terra ormai inzuppata, il giovane continuò la ricerca di quella via d’uscita dal bianco infinito, ormai preso come un prigioniero. Immagini frammentarie di ricordi, momenti, sensazioni comparivano e scomparivano lungo il cammino, come se fossero allucinazioni, come miraggi attraverso la foschia che dopo attimi, li inghiottiva nel nulla. La pioggia, portata da un vento potente, gelido, lo schiaffeggiava facendogli perdere l'equilibrio ogni volta, ma il suo obiettivo era decisamente superiore in quel momento. Nulla lo fermava. Gli stivali affondavano nelle pozze e nei ruscelli che si formavano davanti a lui mentre percorreva il campo di grano del signor Spaventapasseri, che era sempre nella stessa e identica posizione, immobile, fermo e con il viso che mostrava lo stesso sguardo di sempre. Era l'unica cosa normale in quell'universo.
«Cosa rappresenta lei nella mia testa? Signor Spaventapasseri, io le sto facendo una domanda seria e potrebbe quantomeno fare un cenno!»  Il signor Spaventapasseri rimase immobile, nella sua tetra e inquietante forma.
«Sto cercando di capire chi sono in realtà, cosa mi turba e cosa mi fa sentire così diverso da lei, che forse è la più intelligente e sicura immagine di me. Lei non è altro che me, quello che ormai è rimasto bloccato in questi torbidi e spietati meandri della mia.. Mi scusi signor Spaventapasseri, nostra mente. La libererò, prima o poi, conti pure su di me..»
Si affiancò a lui, seduto ad osservare il nulla. Per un attimo, solo per un semplice istante, i suoi occhi si aprirono veramente e lì davanti a lui vide una distesa di grano, tante speranze e innumerevoli possibilità. Benvenuto, Cosmo, attento con quell’ascia, le stelle stanno urlando ad alta voce.


"La mente è una specie di teatro, dove le diverse percezioni fanno la loro apparizione, passano e ripassano, scivolano e si mescolano con un'infinita varietà di atteggiamenti e di situazioni." 

lunedì 15 aprile 2013

Dilemma Temporale n°41

Era una notte nuvolosa, l'illuminazione del satellite era fioca e accentuava il grigio di quelle nuvole. Un'ombra di gelo pervadeva l'aria della sera, delle luci blu cobalto si alternavano creando una misteriosa armonia del tempo. E' una barella quella che mi porta, lo si capisce dai fischi che tormentavano le mie povere orecchie. L'odore nauseabondo della preoccupazione, della freddura di questi silenzi, dei corridoi ospedalieri creava dentro di me una voglia matta di lasciarmi all'oblio e abbracciare il delicato sonno che tanto mi stava chiamando. Mi giro su un lato del cuscino, morbido e bianco, all'interno sembrava esserci tante piume d'oca, soffici. Di fronte a me avevo un orologio grigio, le lancette erano bianche come le tacche che dividevano i secondi a cinque alla volta. Segnava le 22:11 esatte, il doppio dei minuti formavano le ore. 
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Il sole tramontava già tra le profondità delle colline, di un verde bellissimo, molto fine e rilassante, il cielo era di un rosso serale, qualcosa di spettacolare a mio avviso. Mi avvicino stancamente al letto, poggio tutto su una sedia lì accanto, tremolante mi butto sul letto. Non è la mia stanza questa, le pareti sono di un giallo canarino, un colore orribile, che odio tantissimo, il soffitto è bianco ma con singolari deterioramenti dovuti agli anni passati. Il letto è più alto del solito, ed è duro a differenza del mio. Senza ulteriori problemi, inizio a contemplare il soffitto, sperando di capirci qualcosa. Guardo dalla finestra e noto il sorgere del sole, la bellissima ebrezza mattutina, di un colore leggero. Torno al soffitto e improvvisamente suona la sveglia. Sono le 12 del mattino, così mi alzo e mi dirigo in cucina per preparare il pranzo. Nel mobile trovo una pentola senza una maniglia, vecchia, una di quelle che sembra essere stata regalata alla nonna quando si sposò. Cucinato, mangiato e digerito, sono le 22:10 e noto che non c'è la lancetta dei secondi nella sveglia, ma solo quella dei minuti che è molto veloce e quella delle ore che pure non scherza. Ho sempre pensato che sia una sveglia strana, me la regalò un mio zio che ora morto, mamma diceva che suo fratello non era tanto normale, e il fatto che questa sveglia me l'abbia regalata lui è tutto dire. Fatta d'acciaio con lancette di plastica, tutta bianca all'interno. E' triste, molto. Meglio che vado a letto. 
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Abbandonerò il tepore del letto per vestirmi in fretta nel freddo umido dell'aria mattutina. Il silenzio regnerà nella lunga costruzione della giornata, che si presenterà distruttiva, arrogante. Mi vestirò come faccio tutti i giorni per andare a lavoro, giacca, cravatta e calzini di un qualunque colore unico. I pensieri ritorneranno all'interrogativo iniziale: perché è successo? guidai ubriaco quella sera e ho fatto quel brutto incidente che mi porterà al coma. Mi sveglierò anni dopo con l'intento di capire quanto tempo sia passato. Guarderò la sveglia del letto e troverò ancora la stessa ora di sempre? Magari saranno le 22:12. Mi sveglierò.
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Mi stirai, sospirando profondamente. Fuori, stava già albeggiando ed ero già in ritardo per il lavoro. Udii mio padre borbottare qualcosa al mio correre avanti e indietro a cercare dei calzini dal colore unico ma uguale, ma abbandonai l'idea di sapere quale fosse il suo problema. Ero pronto per andare a lavoro, ero vestito di una giacca grigio topo con toppe sui gomiti, non potevo permettermene una nuova con ciò che guadagnavo, una camicia nera senza un bottone perché mi portava fortuna e quel giorno avevo da chiudere un contratto importante, mi serviva tutta la fortuna possibile. Andai nel cortile e presi la mia auto, precipitando come un pirata nel traffico per guadagnare tempo, già, se solo ne avessi di più, di tempo. La persona del contratto non venne all'appuntamento, guardai l'orologio ed erano le 11:22, pensai tra me e me che le ore erano la metà dei minuti. Mi venne questo pensiero strano, è la prima volta che mi capita. Squillò il cellulare, era Alfredo che mi chiese di andare al Pub quella sera e farmi una birra con lui e gli altri, accettai, senza pensarci troppo. La giornata di lavoro terminò senza nessun contratto, senza niente. Mi precipitai al pub perché ero in ritardo, erano le 20.15 e l'appuntamento era 15 minuti prima. Il Pub si presentò bene, era la prima volta che lo vidi; all'entrata mostrava un accoglienza di tavoli a sedere, gente che parlava e sparlava, c'erano alcuni che attirarono la mia attenzione, una coppietta. Lui era un nerd con la faccia da topo, le orecchie a sventola e alcune lentiggini sul viso che quasi nascondevano gli zigomi. Lei una ragazza affascinante che mi sembrò fin troppo annoiata, e cercava di affogarsi con quella birra, pur di andarsene prima. Forse non era una coppietta, ma un'amore nato sul web. Ci sedemmo al bancone, alto al punto giusto, di un legno armonico. Gli spillatori prendevano direttamente dai fusti che stavano sotto, ma il fatto che si notasse, era una novità. Bevemmo tantissimo e parlammo di tante, forse troppe cose. Alfredo era meno ubriaco di me e mi chiese se poteva guidare lui al posto mio, ma ero così voglioso di sfrecciare che me ne andai senza di lui, dimenticandomi che dovevo dargli un passaggio. Ubriaco fradicio, non accesi le luci di posizione e capitai in una strada buia tenebrosa, oscura. Alberi nei lati, sembrava una foresta uscita dal nulla. Uno schianto improvviso, mi irrigidii, sentii quel suono che era sinonimo di tutte le cose terribili della vita, reali o immaginarie, sentito qualche millesimo prima di un profondo dolore fisico. Un uomo sconosciuto mi disse che sarebbero arrivati entro 10 minuti esatti, e prima di crollare ancora, guardai l'orologio dell'auto, segnava le 22:01.
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Aprii gli occhi e vidi Alfredo di fronte a me. Era invecchiato molto. Gli ricordo della serata fatta qualche giorno prima e lui sorride, dicendomi che era bello rivedermi. Rividi l'orologio grigio a tacche bianche, portava le 22:13 esatte.

...Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell'anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro...

domenica 23 dicembre 2012

Dilemma Del Paranoico n°3

Fissava intensamente il giovane, e i suoi occhi profondi percorrevano veloci i tratti riflessi. Non ebbe difficoltà a notare qualcosa di particolarmente strano: non si riconosceva per niente. Le orecchie si intravedevano, nascoste in parte dai capelli biondi, le sopracciglia che sembravano dimostrare naturalezza e il naso più pulito del solito. Lesse timidezza e onestà, intelligenza e coraggio in quel viso. Decisione nei penetranti occhi verdi bottiglia.. Coraggio che si diffuse in una vampata di rossore in quei lineamenti innocenti. Per un attimo stentò a crederci, intimorito da quell'immensa, cupa apparizione precedente nel riflesso, e provò inspiegabilmente la sensazione di essere in trappola, ancora una volta, dai suoi pensieri. Si interruppe di colpo quando vide quei lineamenti farsi improvvisamente tesi per l'ira, le sopracciglia inarcarsi, e scintillare gli occhi profondamente infossati. Preoccupato cerco di capire cosa stesse succedendo. Sembrò combattere contro una furia scatenata che saliva dall'intimo, per un attimo ebbe la precisa sensazione di morire strangolato da quei tentacoli enormi e viscidi che gli serravano spasmodicamente davanti al volto mentre il riflesso lo squadrava senza nascondere il proprio odio.
Indietreggiò frettolosamente ed inciampò in un angolo, sommerso dalla paura. Desiderava con tutto il cuore di sprofondare o svanire, evitare quello sguardo così deciso, così forte... Tanto sopraffatto dal terrore da non riuscire a parlare, si ergeva contro l'accusatore, tremando e sperando di poter tornare a stare tranquillo.
Sussultò ancora, rendendosi improvvisamente conto che quell'essere attaccava deliberatamente. Sospirò più volte cercando di calmarsi, sospiri così forti che per alcuni istanti gli si annebbiava la vista. Si calmò e lentamente si sedette in quell'angolo buio, lo sguardo ancora inchiodato su quel volto tenebroso. Pronunciò qualche parola, poi la sua voce si smorzò improvvisamente in uno stanco mormorio.. La paura lo aveva presidiato nell'intimo delle sue debolezze. Cercò inesorabile una via d'uscita, una luce che lo guidasse a vincere questa battaglia ormai persa dall'inizio, secondo il suo carattere ancora debole e poco assuefatto dalla paranoia. Si abbandonò lentamente alle gelide piastrelle respirando affannosamente, chiuse gli occhi cercando di non vedere, si liberò del pensiero che lo tormentava. Per alcuni gradevoli istanti, il suo cuore si calmò e ricominciò a battere in modo naturale, la presenza tenebrosa e le pesanti paure furono sommerse dal  profumo fragrante della libertà che aveva ritrovato. La luce. Sorrise, assorto nei pensieri che era finalmente riuscito a creare, nuvole scure si allontanarono e quella luce torno a brillare, ancora una volta. Di colpo smorzò il sorriso, guardando quel riflesso con faccia decisa, coraggiosa. Sarebbe successo ancora, ma lui, a muso duro, avrebbe vinto ancora.

sabato 9 giugno 2012

Dilemma Dello Schizofrenico: A

Con quale certezza posso affermare che egli sia solo una peculiare immagine dettata dal mio io interiore?
Nel luogo in cui mi trovavo era paradossale intravedere persone che indossavano divise, in quanto, mi trovavo nel parco che era posto nel mezzo tra lo stadio e casa mia. Questa luce blu lampeggiante mi irritava alquanto e queste persone stravaganti si avvicinavano a me con un tipico pallore sul viso sembrando cadaveri.
Presero il mio fratellino che stranamente era muto come un pesce e lo portarono in macchina. Con me fecero lo stesso ma con il tipico sdegno di chi, se pur ingannevolmente, si fosse trovato ad arrestare un killer. Notai che nel verde dell'umida erba, giaceva un corpo freddo e raggrinzito, affondato in un rosso vivo che se pur somigliasse puramente al sangue, era avventato, da parte mia, confermare tale naturalezza.
In una stanza bianca che dava l'impressione di essere infinita c'era una scrivania con due sedie, una posta di fronte l'altra. M'impallidì più del bianco della stanza stessa, quando, improvvisamente, notai me stesso in comportamenti sconosciuti che, provava in qualsivoglia modo a parlare con il signore di fronte a lui.
L'uomo dell'interrogatorio si pronunciava a me parlando di omicidio e sul mio volto si intravedeva un sorriso inquietante che ricordava alcuni film horror che vidi da bambino. Ricordai tutto.
In fondo quel tizio meritava di morire per il motivo di ciò che era. Con le sole mani, picchiai ripetutamente sul suo viso invitandolo ad assaporare ciò che lui aveva fatto passare a me. Era il preludio della dolce agonia, la leggiadra sofferenza che si impone materializzandosi su quel volto orribile, si, odiai la sua faccia nel momento in cui lo vidi. Spiegai tutto al mio fratellino che intanto era rimasto muto e piangeva come se non avesse ricevuto il suo regalo in quel giorno del 25 Dicembre. Secondo la squadra omicidi, il cadavere non aveva più documenti, il viso era irriconoscibile e che le impronte erano le stesse delle mie. Nell'interrogatorio del mio piccolo e innocuo fratellino si è vociferato che indossavo una maglia bianca, mentre la omicidi, paradossalmente, diceva che la maglia era indossata dal cadavere e che dopo l'aggressione si sia tinta di un rosso sangue nutrito di pura ultraviolenza. Ho avuto modo di parlare al mio fratellino che non smetteva più di urlare e dire cose insensate come se fosse un deciso schizofrenico. Si riprenderà mai? Non importa, perché nulla è risolto e sicuramente ci rincontreremo..
Magari in uno specchio..
"Come la pazzia, in un certo senso elevato, è l'inizio di ogni sapienza, così la schizofrenia è l'inizio di tutte le arti, di ogni fantasia."

lunedì 5 marzo 2012

Dilemma Dello Schizofrenico n°5

Benvenuti.
Oggi vi dimostrerò la teoria dei multi-mondi, ovvero, la diramazione di multiple realtà. Molti di voi si chiederanno come sia possibile un evento del genere, eppure è una teoria assai rilevante nella vita quotidiana.
Parecchie volte ci ritroviamo ad affrontare, individualmente, pericoli in cui possiamo incombere ignari delle conseguenze, disastrose o meno, che la vita ci propone. Quanti di voi hanno invocato la più vana delle domande sul perseguire, in qualsivoglia modo, la conseguenza di un bivio? Talvolta i nostri pensieri demordono l'idea di scoprire cosa c'è dietro la salvezza o la morte.
Con perseveranza io ho percepito diverse realtà che coesistono tra loro creando allusioni di tipo quantico e quindi chiarire ogni dubbio su cosa ci aspetta. Non siate misantropi! E' semplicemente una macchina in grado di imporre sempre e solo la realtà positiva, quella della salvezza.. E quindi creare un'immortalità quantica!
Lo so, lo so, siete meravigliati da ciò che detengo tra le mani. E' una pistola carica che punterò alla mia tempia per provare i miei studi e progredire nella scienza, quindi plasmare un nuovo capitolo della ricerca.
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Avete visto? Il colpo non è partito e io sono sano e salvo! Non mi prodigherò più di tanto nel creare una figura retorica del caso, quindi colpirò quello specchio e lo spianerò.
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Ecco a voi la suscettibile prova della mia ragione! Non penserete che io sia pazzo, vero?! Teoricamente in un'altra realtà io sono morto e quello specchio è ancora intatto. Ma con i miei studi sono riuscito a far in modo che la realtà positiva si imponga sempre sulle altre!

...Ammirate.. Il Suicidio Quantico!
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Se la nostra vita è già scritta, ci vuole un coraggio immenso per cambiarne il copione. Annientato dalla sua stessa arroganza.. O dall'ignoranza delle masse? Forse non avrebbe dovuto aprire il vaso..

venerdì 20 gennaio 2012

Dilemma Dello Schizofrenico: ♥

<<Hai un cuore?>>
<<Da quando c'è lei..>>
<<Ti ha cambi..>>
<<..La vita, si.>>
Tu non resisti senza me, tu hai bisogno di me, troppo. Fai finta di niente. Ti nascondi dietro qualche telefonata e qualche messaggino, ti nascondi dietro qualche risata e qualche gelosia evidente. Il tuo inebriante profumo ancora circola nel mio essere attraverso rimembranze indimenticabili. Dentro di me un conflitto freddo che contempla il tuo tradizionalismo e il tuo carattere forte. Ora mi lascio andare a ciò che può definirsi delusione. 
<<Illuso..>>
Confuso e debole. Non posso credere di non averti, non posso credere di essere l'unico a crederci ancora.
<<Scemo..>>
No! No! Io voglio te, io ti desidero! Tu esisti!
<<Idiota..>>
Le gelide dita della tua mano hanno punzecchiato il mio candido e puro cuore creando una sofferenza inopportuna.. Non è una scelta tua, non è ciò che vuoi tu, non sottometterti!
<<.........>>
Avrei sperato che questo giorno non fosse mai arrivato, eppure eccomi qua, nel buio totale, percorrendo le piccole tappe che hanno costruito il nostro "noi".
<<Perché è tutto..>>
<<...Buio?.. Benvenuta in un essere che tu non vuoi..>>
<<Ma..>>
<<.... Eheheh>>



Scegli me..


venerdì 2 dicembre 2011

Dilemma Dello Schizofrenico n° 2

L'individuo che fa l'esperienza trascendentale della perdita dell'ego può e non può perdere l'equilibrio, in diversi modi. Può allora essere considerato come pazzo. Ma essere pazzo non è necessariamente essere malato, anche se nel nostro mondo i due termini sono diventati complementari... Dal punto di partenza della nostra pseudosalute mentale tutto è equivoco. Questa salute non è una vera salute. La pazzia dei nostri pazienti è un prodotto della distruzione che imponiamo a loro e che essi impongono a se stessi. Nessuno immagini che ci imbattiamo nella vera pazia, cosí come non siamo veramente sani di mente. La pazzia con cui abbiamo a che fare è un grossolano travestimento, una falsa apparenza, una grottesca caricatura di ciò che potrebbe essere la guarigione naturale da questa strana integrazione. La vera salute mentale implica in un modo o nell'altro la dissoluzione dell'ego normale...